Profumo di Tabacco


Esiste una frontiera che solo noi osiamo attraversare di notte, la frontiera delle nostre differenze con gli altri, della nostra battaglia con noi stessi”

 

 

Proprio oltre quelle frontiere fisiche ed immaginarie la mia terra si presentava arroccata come una torre di scolta. All’età di dieci anni mi appostai sopra, scrutai il miraggio sommergere i quattro angoli oltre le cime delle palme. Il sole cadeva ogni giorno nel patio di casa, lasciando in ombra la porta della stanza segreta al secondo piano di casa in stile ottomano. Sovrastata dall’arco intagliato nell’ebano della porta, al centro della serratura in ferro battuto, la toppa adornata di bassorilievi arabeschi in argento. Tre gradini sotto la soglia, si estendeva un tappeto originale della città persiana Tabriz. A sinistra, sotto il ritratto a matita di Dostoevskij, un confortevole divano rosso a due posti con un tavolo ottagonale. A destra, uno scrittoio in legno color noce, con una macchina da scrivere, una brocca di terra cotta e un calice di legno, una lampada da tavolo e sull’estremità l’incensiere con bastoncini al sandalo. Un lampadario di cristalli a gocce, irradiava gli scaffali della libreria lungo le pareti asimmetriche. Fra gli angoli, l’ombra odorosa di polvere, celava presenze aliene. Dinanzi a quella porta vagai a lungo in cerca di risposta, ma tutto svaniva tra le righe di pagine lasciate aperte qua e là. Sentieri appena battuti, con tracce recenti. La pipa di mio fratello, la sua penna stilografica Parker, gli appunti su carta da riso, la boccetta d’inchiostro e l’aroma della sua speciale miscela di tabacco olandese. Stentavo a leggere le sue parole, tuttavia lo sguardo perlustrava la superficie dei fogli, senza venirne a capo. Più delle sue parole, mi affascinava il suo isolamento. Mi piaceva spiarlo, mentre scriveva febbrilmente, si spazientiva, passava le mani nei capelli, dava fuoco alla sua pipa e camminava in tondo. Le mie domande si facevano insistenti, e la mia curiosità travalicò la riverenza nei suoi confronti. Decisi di infiltrarmi nella sua fortezza ed esplorare i sotterranei segreti della sua solitudine. Andai diritto nella parte bassa della libreria, sfilai fuori un libro e mi misi a leggere. Conobbi “Scaramouche” di Rafael Sabatini, l’eroe romantico di un romanzo in edizione tascabile. Al tramonto avevo finito il libro, feci tardi a tavola e presi con filosofia i rimproveri di mia madre. Mangiai lentamente e mandai quell’atto quotidiano in mezzo ai rottami di un déjà vu sordo ai richiami dell’intelletto. La mia memoria recente rimase accesa, viva del ricordo di gesta eroiche di spadaccini impavidi, dame follemente innamorate e segreti di casate nobili in declino. Risalii ripetutamente su, nella mia torre, gettai lo sguardo oltre le cime delle palme, avvertii nel respiro fresco del deserto l’alito caldo del petrolio. Attorno a me, a Babilonia tutto procedeva lento nel suo antico verso orizzontale. Seduto al tavolo di caffè, incontrai Sherlock Holmes, appresi la cronaca di Gotham City e mentre rincorrevo i Tre Moschettieri di Alexandre Dumas, l’adolescenza componeva la mia fisionomia. Il mio doppio appariva allo specchio con una selva di capelli, zigomi alti, una fila di peli neri come baffi e l’ombra di peluria come barba. In Iraq, l’adolescenza era una stagione furiosa di ideali politici e desideri proibiti. A partire dal 1969, lo scirocco rovente della dittatura si alzò proprio dal deserto, dalla città di Tikrit. Al potere un grande fratello ci strinse nel suo abbraccio mortale. Saddam si proclamò condottiero

della causa contro arabi e occidentali. Il nemico invisibile, come nel “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, campava all’orizzonte, pronto all’invasione, quindi all’erta perenne, con le armi in mano. Echi del ventennio fascista intonarono le trombe del regime. Saddam sterminò i nemici interni, comunisti, laici, religiosi, anarchici e persino dissidenti del suo stesso partito. Mise in riga tutti. Vietò ai maschi di allungare i capelli e alle donne di portare i pantaloni. Erano fuori legge i libri rossi e teologici considerati sovversivi, era proibito mettere in discussione la logica del partito unico. I libri divenivano merce scottante, importata landestinamente dalla Siria, Libano e dall’Egitto. Dalla mia torre, oltre le cime delle palme, sui confini di Babilonia, vidi sventolare le bandiere sopra una fila interminabile di carri armati. Venti di guerra soffiavano verso Est. Un pomeriggio, seduto sul divano rosso, immerso nella lettura del libro di Stendhal “Il Rosso e il nero”, mio fratello entrò nella stanza, prese posto al suo tavolo, accese la sua pipa, contemplò il fumo colorare l’ombra di blu, poi si alzò, prese dalla libreria alcuni volumi tra cui “I Miserabili” di Victor Hugo e disse -Il resto è tuo-. Lasciò Babilonia e andò a insegnare nella zona rurale che successivamente la cronaca della guerra preventiva indicò come Il Triangolo Sunnita. Pochi anni dopo, l’aria insana del paese, mi spinse oltre i confini di Babilonia. Fuggii attraverso il deserto. Nei posti di ristoro, spingevo lo sguardo dove il cielo blu segnava la fine della sabbia rossa, non v’era traccia di Tartari. Soffiava vento caldo. In Italia, in ogni abitazione capitavo, scelsi un angolo con una scaffalatura di libri, una sedia, un tavolo e un posto per mettere in mostra la pipa di mio fratello. Gli anni qui trascorsi mi plasmarono anima e corpo, attorno, segni archeologici di antica fisionomia. La memoria di quel che ero, rimase sigillata da qualche parte in fondo, man mano che il mio tempo si faceva adulto. Di tanto in tanto, il ricordo del sapore di canna da zucchero, il suono di un chiacchiericcio felice all’ombra dei templi, emergeva per ritmare le mie giornate con malinconici semitoni. La mia figura rifletteva la luce primordiale di Babilonia sulle facciate dei palazzi romani. Ero diventato, come diceva Salman Rushdie, un figlio di mezzanotte, straniero in patria e altrove. Nel frattempo, Saddam sacrificò sull’altare del suo ego generazioni illuminate dandole in pasto ai roghi di tre guerre consecutive. Insieme alle immagini dei telegiornali che mostravano i carri armati avanzare tra le rovine della città dichiarata patrimonio dell’umanità, vidi allontanare per sempre il giorno del mio ritorno, che mai avessi avuto la fortuna di viverlo, sarebbe stato in quella stanza, seduto con mio fratello sul divano rosso, a raccontargli il mondo che aveva solo immaginato attraverso le sue letture. Temevo il peggio, ma fortunatamente egli era salvo. Desideravo incontrarlo e feci come diceva Paulo Coelho nell’Alchimista “Quando desideri qualcosa tutto l’universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio”. Il nostro incontro, ebbe luogo in un albergo di una città giordana a pochi chilometri dai confini con l’Iraq. Gli riportai la sua vecchia pipa con la sua miscela preferita di tabacco olandese. Egli la prese fra le mani come se non l’avesse mai lasciata, pigiò il tabacco nel fornello, l’accese e si sedette a guardare le caserme militari delimitare all’orizzonte la frontiera.

Haydir Majeed

 

Pubblicato da Rivista MU6 - Trimestre n°24 2012 (foto di Francesco Scipioni)

 

Carlos Fuentes “Il Vecchio Gringo”